1° maggio: dalle origini ai nostri giorni

Le origini del Primo Maggio in Italia

L’evento di Haymarket ebbe un'eco internazionale e contribuì a cristallizzare il 1º maggio come simbolo della lotta per i diritti dei lavoratori. Nel luglio del 1889, in occasione del centenario della presa della Bastiglia, a Parigi venne istituita la Seconda Internazionale, un’organizzazione che aggregava i partiti socialisti e laburisti europei. In tale circostanza, il 1° maggio venne formalmente proclamato come Giornata Internazionale del Lavoro, in memoria dei martiri di Chicago e delle rivendicazioni sociali da essi rappresentate9.

Già dall’anno successivo, in Italia si registrarono manifestazioni in diverse città in concomitanza con questa ricorrenza, la quale assunse rapidamente un ruolo emblematico quale momento di mobilitazione e protesta sociale. Il 1° maggio 1898 coincise con la fase più acuta dei cosiddetti “moti per il pane”, una serie di agitazioni che interessarono l’intero territorio nazionale e culminarono in un tragico epilogo nella città di Milano, rappresentando un punto di crisi particolarmente significativo nella storia delle tensioni sociali italiane10.

Nel corso dei primi anni del Novecento, la giornata del 1° maggio si configurò altresì come un’occasione per la rivendicazione del suffragio universale, diritto ancora largamente negato, nonché come momento di protesta contro l’impresa coloniale italiana in Libia e contro l’ingresso dell’Italia nella Prima guerra mondiale. Queste mobilitazioni evidenziano come la ricorrenza del 1° maggio fosse intrecciata non soltanto a rivendicazioni economiche, ma anche a questioni di natura politica e antimilitarista11.

Un significativo avanzamento venne conseguito nel 1919, quando la Federazione Impiegati Operai Metallurgici (FIOM) stipulò un accordo con la Confederazione degli industriali che sanciva la riduzione dell’orario di lavoro a otto ore giornaliere e quarantotto settimanali, segnando una delle prime importanti conquiste ottenute dal movimento operaio italiano12.
 


9 Hobsbawm, E. J. Labouring Men: Studies in the History of Labour. Weidenfeld & Nicolson, 1964, pp. 45-49.

10 Ginsborg, P. Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi. Einaudi, 2005, pp. 22-26.

11 De Grand, A. Italian Fascism: Its Origins & Development. University of Nebraska Press, 2000, pp. 30-35.

12 Melograni, P. Storia del lavoro in Italia. Laterza, 1997, pp. 78-83.

 

 

Il 1° maggio in Italia durante il Fascismo: tra istituzionalizzazione e repressione

Nel periodo fascista, la celebrazione della Festa del Lavoro subì un processo di trasformazione che ne mutò profondamente la natura e la funzione simbolica. Nel 1923, il regime di Benito Mussolini decise di istituzionalizzare la festa del lavoro, ma spostandone la celebrazione dal tradizionale 1° maggio al 21 aprile, data scelta per coincidere con il Natale di Roma. Questa decisione non fu casuale: il 21 aprile rappresentava un richiamo diretto all’antica romanità, elemento cardine dell’immaginario fascista volto a legittimare il nuovo ordine politico attraverso la riscoperta di un passato glorioso e imperialista13.

Il cambiamento della data e l’istituzionalizzazione della festività rappresentavano una chiara operazione politica del regime finalizzata a sopprimere le manifestazioni tradizionalmente legate alle lotte operaie e a sostituirle con un rituale patriottico e ideologico. Al contempo, il governo vietò ogni tipo di manifestazione e corteo pubblico per il 1° maggio, limitando drasticamente le possibilità di espressione delle istanze proletarie e sindacali14.

Questa repressione trovò una forte denuncia da parte delle forze socialiste e sindacali che, sulle pagine del quotidiano La Giustizia, definirono quella del 1923 come una vera e propria repressione del “primo maggio”. Le rivendicazioni sociali e lavorative furono progressivamente messe in secondo piano rispetto all’esaltazione del regime e del sistema autarchico che proponeva un modello di società corporativa e gerarchica, eliminando ogni conflittualità sociale15.

In conclusione, la manipolazione del 1° maggio da parte del regime fascista rappresentò un importante strumento di controllo ideologico e di subordinazione della classe lavoratrice, la cui lotta per i diritti venne soppressa e sostituita da una celebrazione che serviva a rafforzare il consenso e l’identità nazionalista imposta dal fascismo16.
 


13 Renzo De Felice, Mussolini il fascista. La conquista del potere (1921-1925), Torino, Einaudi, 1974, pp. 390-392.

14 Claudio Pavone, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza, Torino, Bollati Boringhieri, 1991, p. 47.

15 Philip V. Cannistraro, Historical Dictionary of Fascist Italy, Westport, Greenwood Press, 1982, p. 208.

16 Paul Corner, The Fascist Party and Popular Opinion in Mussolini’s Italy, Oxford, Oxford University Press, 2012, pp. 56-58.

 

 

Il 1° Maggio nell’Italia del secondo dopoguerra diventa Festa del Lavoro

Nel secondo dopoguerra, il 1° maggio assume un ruolo centrale nella costruzione dell’identità repubblicana e democratica dell’Italia. La celebrazione della Festa del Lavoro viene ufficialmente istituzionalizzata con l’articolo 3 del Decreto Legislativo Luogotenenziale n. 185 del 22 aprile 194617, e successivamente confermata come festività civile dall’articolo 2 della Legge n. 260 del 27 maggio 194918. Queste disposizioni inseriscono stabilmente la ricorrenza nel calendario della Repubblica, in continuità con le lotte operaie del periodo precedente.

Tuttavia, la giornata fu sin dall’immediato dopoguerra segnata da eventi tragici, in particolare dalla Strage di Portella della Ginestra, avvenuta il 1° maggio 1947 nei pressi di Piana degli Albanesi (PA), dove la banda armata del bandito Salvatore Giuliano aprì il fuoco contro una manifestazione di contadini e lavoratori, causando diciotto morti e numerosi feriti19. L’eccidio, che si inserisce in un contesto di forte tensione sociale e politica nel Mezzogiorno, ebbe una vasta eco nazionale e internazionale, diventando simbolo della repressione delle lotte popolari nell’Italia postbellica20.

In ambito religioso, nel 1955 papa Pio XII istituisce la festa liturgica di San Giuseppe lavoratore da celebrarsi il 1° maggio, con l’obiettivo di proporre una figura di riferimento cristiano per il mondo del lavoro e di riappropriarsi simbolicamente della data, fino ad allora legata in prevalenza alla tradizione socialista e comunista21. L’iniziativa rappresenta un tentativo della Chiesa cattolica di concorrere alla definizione del senso della festività in chiave spirituale e identitaria. L’annuncio avvenuto il 1º maggio 1955, tramite un radiomessaggio alla folla riunita in Piazza San Pietro indicò:

[…]il 1° maggio, ben lungi dall'essere risveglio di discordie, di odio e di violenza, è e sarà un ricorrente invito alla moderna società per compiere ciò che ancora manca alla pace sociale. Festa cristiana, dunque; cioè, giorno di giubilo per il concreto e progressivo trionfo degli ideali cristiani della grande famiglie del lavoro.22

Tale decisione fu carica di significato: essa rappresentava una risposta della Chiesa al contesto ideologico del dopoguerra, nel quale il comunismo esercitava un forte richiamo tra le classi lavoratrici. Pio XII volle offrire un’alternativa cristiana, ponendo San Giuseppe – modello di laboriosità silenziosa, rettitudine e paternità – come patrono dei lavoratori, riaffermando la dignità del lavoro nella prospettiva evangelica.

L'iniziativa si inserisce coerentemente nello sviluppo della dottrina sociale della Chiesa, la cui elaborazione moderna aveva preso avvio con la già citata enciclica Rerum Novarum di Leone XIII (1891) e proseguito con Quadragesimo Anno di Pio XI (1931). Pio XII, attraverso numerosi discorsi e allocuzioni, contribuì ad approfondire il concetto di lavoro come vocazione e mezzo di santificazione personale e sociale23.

Sul piano sindacale e culturale, il 1° maggio 1990 segna una svolta con l’organizzazione del primo Concerto del Primo Maggio, promosso congiuntamente dalle tre principali confederazioni sindacali italiane (CGIL, CISL e UIL), dopo anni di divisione interna24. L’evento, pensato come momento di aggregazione, riflessione e spettacolo, si afferma negli anni successivi come simbolo di unità sindacale e di partecipazione giovanile, coniugando l’impegno sociale con le nuove forme della comunicazione mediatica.
 


17 Decreto Legislativo Luogotenenziale 22 aprile 1946, n. 185, Disciplina delle festività nazionali, art. 3.

18 Legge 27 maggio 1949, n. 260, Disposizioni in materia di ricorrenze festive, art. 2.

19 Sulle dinamiche della strage e il contesto socio-politico, cfr. G. Casarrubea, Portella della Ginestra. Microstoria di una strage di Stato, Franco Angeli Editore, Milano 1997.

20 S. Lupo, Storia della mafia. Dalle origini ai giorni nostri, Donzelli, Roma 2004, pp. 157-164.

21 G. Alberigo (a cura di), Storia del Concilio Vaticano II, vol. I, Il Mulino, Bologna 1995, p. 214.

22 Encicliche e radiomessaggi di Pio XII, www.vatican.va

23 G. Miccoli, I dilemmi e i silenzi di Pio XII, Rizzoli, 2000, pp. 277–290.

24 L. Accattoli, “Sindacati uniti per il Primo Maggio”, in Corriere della Sera, 2 maggio 1990.