1° maggio: dalle origini ai nostri giorni

La donna e il lavoro: un lungo cammino

Il processo di inclusione delle donne nel mondo del lavoro rappresenta una delle trasformazioni sociali più significative dell’età contemporanea. Si è trattato di un cammino lungo e non lineare, segnato da conquiste legislative, cambiamenti culturali e momenti di regressione, in cui il lavoro femminile è passato da una condizione marginale e subordinata a una progressiva affermazione di diritti e riconoscimenti.

Un primo elemento di svolta si registra nel 1875, anno in cui viene riconosciuto alle donne italiane il diritto di accedere all’università51. Tale apertura, pur limitata nei primi anni a casi eccezionali, costituisce una condizione necessaria per l’ingresso delle donne nelle professioni intellettuali e rappresenta il presupposto per l’affermazione della parità di opportunità nel mondo del lavoro.

Fu necessario attendere il nuovo secolo per vedere un ulteriore passo in avanti. Con l’approvazione della legge Carcano il 19 giugno 1902, viene introdotta per la prima volta una normativa organica volta a tutelare i minori e le donne nel contesto lavorativo.

In particolare, la legge stabilisce:

  • il divieto di impiegare minori di anni dodici;

  • l’esclusione dei minori di quindici anni da mansioni pericolose o insalubri;

  • il limite massimo dell’orario lavorativo giornaliero a dodici ore;

  • il divieto di impiegare le donne in lavori sotterranei, indipendentemente dall’età;

  • il divieto del lavoro notturno per le minori, esteso successivamente a tutte le donne tramite il Regio Decreto del 10 novembre 190752.

La stessa legge introduce inoltre una forma primitiva di tutela della maternità, disponendo un congedo obbligatorio di quattro settimane dopo il parto.

Nel lungo arco temporale che separa l’acceso delle donne all’università, alla legge Carcano, in Italia si assiste al pullulare di associazioni e riviste femminili tanto in ambito cattolico quanto socialista o dei movimenti operai. Seppur, come è noto, nel bel paese non nasce un vero e proprio movimento di suffragette su modello inglese, alcune pioniere irrompono nella scena politica del tardo ottocento.
Esse provengono dalla borghesia se non addirittura dall’aristocrazia come Cristina Trivulzio di Belgiojoso, dall’avvocatura come Lidia Poët, dal mondo cattolico come Adelaide Coari ed Elena da Persico, dal sindacalismo e dall’attivismo socialista come Anna Kuliscioff e dell’insegnamento come Emilia Mariani.
La lotta per il libero accesso al mondo delle professioni e le rivendicazioni per maggiori tutele negli ambienti lavorativi andavano spesso di pari passo con l’agognato suffragio universale ed il 1° maggio era spesso l’occasione necessaria nella quale manifestare le proprie istanze, come testimoniato dall’intervento della Mariani nella conferenza torinese “Il 1° maggio delle donne lavoratrici” delle Leghe per la tutela degli interessi femminili53 nel 1897:

Le sole leggi che possono difendere e tutelare il lavoro delle donne sono quelle che stabiliscono un legale e limitato tirocinio per le fanciulle impiegate nei magazzini e nelle officine, che proibiscono il lavoro della donna nel periodo della maternità e che sanciscono il principio che a uguale lavoro deve essere data mercede uguale alla donna come all'uomo [...]. Gli uomini hanno in mano un'arma sicura, che è il voto, ed è grazie ad esso che ottengono ciò che chiedono. Anche noi dobbiamo batterci per ottenere il voto.54

L'esplosione del primo conflitto mondiale nel 1914 comporta una profonda riorganizzazione della forza lavoro. In conseguenza della mobilitazione maschile, molte donne vengono impiegate in ambiti professionali fino ad allora ritenuti inadatti al "gentil sesso", come l’industria pesante. Nel 1917 viene sospeso e infine abrogato il divieto del lavoro notturno per le donne, segnando un ampliamento dei loro spazi operativi nel sistema produttivo. Questa fase, sebbene temporanea, produce un impatto duraturo sulla percezione del lavoro femminile e sulle sue potenzialità55.

Con la legge del 17 luglio 1919 viene abrogato l’istituto dell’autorizzazione maritale, che subordinava la possibilità per le donne sposate di esercitare un’attività professionale al consenso del marito. La normativa consente alle donne di accedere a tutte le professioni e agli impieghi pubblici, con l’esclusione di quelli che implicano l’esercizio di potestà giurisdizionali, diritti politici o funzioni militari.
La legge, che apre alla lenta modernizzazione del paese, non fu meramente frutto dell’esperienza bellica come saldo che lo Stato doveva alla donna nel ruolo protagonista avuto nell’esperienza bellica bensì il frutto di una legislatura che, seppur sempre a maggioranza liberale, vedeva per la prima volta la rappresentanza cattolica in parlamento e un gruppo socialista rafforzato dal buon risultato elettorale56.

L’avvento del fascismo segnò, però, una forte battuta d’arresto per le istanze femministe rimaste in sospeso. La reazione maschile alla modernizzazione di genere dello Stato non riguardò ad ogni modo esclusivamente la dittatura bensì larga parte della società, chiesa cattoliche compresa che così definì il lavoro femminile per mezzo delle parole del pontefice nell’enciclica Casti connubii:

corruzione dell’indole muliebre e della dignità materna, perversione di tutta la famiglia57

Nel quadro del complesso scenario culturale e politico dell’Europa tra le due guerre mondiali, la Chiesa cattolica, guidata da Papa Pio XI, riaffermò con forza la sua dottrina tradizionale riguardo alla famiglia, al matrimonio e ai ruoli di genere. In questo contesto, la Casti connubii, promulgata il 31 dicembre 1930, si colloca come un documento programmatico di grande rilevanza, nel quale il pontefice ribadisce l’indissolubilità del matrimonio e la centralità della famiglia cristiana come cellula fondamentale della società. All’interno di questa cornice teologica e morale, viene dedicata particolare attenzione al ruolo della donna, con parole particolarmente severe nei confronti del suo impiego al di fuori dell’ambito domestico. La stigmatizzazione del lavoro femminile riflette non solo la visione tradizionale della Chiesa riguardo alla "missione naturale" della donna, ma anche una reazione conservatrice di fronte ai cambiamenti in atto nella società dell’epoca, in particolare all’aumento della presenza femminile nel mondo del lavoro, reso ancora più evidente dopo la Prima guerra mondiale. La critica al lavoro extra-domestico femminile viene dunque letta come difesa della struttura patriarcale della famiglia cristiana, in cui l’uomo è capofamiglia e la donna è madre e custode del focolare58.

È importante osservare come tale posizione si inserisse in un più ampio disegno politico-ideologico in cui la Chiesa e il regime fascista trovarono spesso terreno comune, in particolare sul fronte della “restaurazione” dei valori tradizionali legati alla famiglia e alla maternità. In questo senso, Casti connubii rappresenta anche un significativo strumento di convergenza culturale tra cattolicesimo e autoritarismo, ponendosi in netto contrasto con le istanze di emancipazione femminile che andavano sempre più emergendo59

Soltanto dopo la nuova esperienza bellica, il contributo delle donne alla resistenza italiana, il tanto agognato suffragio universale e l’accesso delle donne in Parlamento, l’entrata in vigore della Costituzione repubblicana del 1948, in particolare con l'articolo 51, si realizzerà la piena parificazione nell’accesso agli uffici pubblici e alle cariche professionali completata con l’approvazione dellalegge n. 66 del 9 febbraio 196360.

 


51 L’accesso delle donne all’università in Italia fu autorizzato nel 1875, ma divenne realtà concreta solo negli anni successivi, inizialmente con limitazioni di tipo culturale e sociale.

52 REGIO DECRETO 10 novembre 1907, n. 818, www.normattiva.it

53 Leghe per la tutela degli interessi femminili, fondate a Milano nel 1893 da Paolina Schiff e diffuse a Torino nel 1895 su iniziativa della stessa Mariani insieme a Irma Melany Scodnik.

54 E. Mariani, Il 1" maggio delle donne lavoratrici. Conferenza. Torino, Sezione femminile di propaganda, 1897 op. cit. in M. Casalini, Femminismo e socialismo in Anna Kuliscioff. 1890-1907, «Italia contemporanea», giugno 1981, fasc. 143, p.37.

55 C. Caciagli, Il lavoro delle donne in Italia: tra discriminazioni e diritti, Milano, FrancoAngeli, 2000

56 M. Malatesta, Semantiche di genere nell’Assemblea Costituente. La genesi dell’articolo 51 della Costituzione Italiana, «Società e Storia» n. 183, Milano, FrancoAngeli, 2023.

57 Pio XI, Casti connubii, 31 dicembre 1930, https://www.vatican.va

58 M. Scaraffia, Donne, Chiesa, Mondo, in L’Osservatore Romano, n. 10, ottobre 2012, pp. 4-6.

59 L. Scuccimarra, Il fascismo e la famiglia, Roma-Bari, Laterza, 2002, pp. 88-93.

60 L’articolo 51 della Costituzione Italiana afferma che "tutti i cittadini dell’uno o dell’altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza". La legge n. 66 del 9 febbraio 1963 completò tale principio, garantendo alle donne l’accesso a tutte le professioni, inclusa la magistratura.