1° maggio: dalle origini ai nostri giorni

Il Primo Maggio nel dibattito politico italiano tra Otto e Novecento

Come accennato, la ricezione del Primo Maggio in Italia avvenne a seguito delle decisioni del congresso della Seconda Internazionale socialista (Parigi, 1889). Il Primo Maggio fu, dunque celebrato per la prima volta in Italia nel 1890, assumendo fin da subito un carattere fortemente simbolico e internazionale ma non ancora istituzionale, il cui tema di rilievo può essere centrato nelle rivendicazioni per la riduzione dell’orario di lavoro a otto ore33. In un paese ancora segnato da una tardiva industrializzazione e da profonde disuguaglianze sociali, il Primo Maggio divenne rapidamente un catalizzatore delle istanze operaie e contadine. Ma se la public history lo considera uno dei simboli del movimento operaio, il Primo Maggio, perlomeno in Italia tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, assunse una valenza fortemente politica, diventando un terreno di confronto tra le diverse correnti tanto del movimento operaio quando del mondo socialista e tra queste e lo Stato liberale e il mondo cattolico tout court.

 

Il socialismo italiano e la funzione politica del Primo Maggio

Il Partito Socialista Italiano, fondato nel 1892 come “Partito dei Lavoratori Italiani”, fece del Primo Maggio uno strumento centrale di propaganda e di educazione politica delle masse. L’ala riformista, rappresentata dallo storico leader Filippo Turati, interpretò la festività come un mezzo di pressione legale e pacifica volto a ottenere riforme graduali all’interno dello Stato liberale34. Secondo Turati, il Primo Maggio doveva rafforzare la coscienza di classe senza degenerare in scontri violenti, dimostrando la maturità politica del proletariato italiano.
Così interviene sulle pagine della sua Critica Sociale in occasione del 1° maggio 1893:

Lavoratori!
Oggi è il giorno consacrato alle speranze ed alle aspirazioni dei lavoratori sfruttati.
In ogni nazione, in ogni paese, chiunque di voi ha coscienza e sentimento dei propri diritti, abbandonate il lavoro dove sta scritta la miseria e la schiavitù della maggioranza degli uomini e sollevate la fronte verso l’avvenire.
Voi lavoratori d’Italia, che più di tutti siete colpiti dalla ingiustizia dello sfruttamento… celebrate questo giorno di riposo coll’istruzione e colla propaganda dei principi di organizzazione che devono mettere la vostra classe sulla via del miglioramento e del progresso.
…milioni e milioni di uomini in tutto il mondo raccolgono il loro pensiero sulla questione più vitale e più urgente del nostro tempo: la questione sociale.35

Il primo maggio di Turati non è solo giornata simbolica, ma momento di forte impegno internazionale per le istanze più sentite dalle classi lavoratrici nel contesto sociale e politico. Le correnti massimaliste e anarchiche, invece, attribuirono alla ricorrenza un significato più radicale. Errico Malatesta, uno dei più seguiti anarchici, criticò la progressiva ritualizzazione della giornata, sostenendo che essa rischiava di perdere la propria carica rivoluzionaria se ridotta a celebrazione simbolica36. Per gli anarchici, il Primo Maggio doveva rimanere un momento di sciopero generale e di azione diretta contro il sistema capitalistico e statale.

 

La reazione dello Stato liberale

Lo Stato liberale italiano accolse inizialmente il Primo Maggio con diffidenza e ostilità. Negli anni Novanta dell’Ottocento, in particolare durante i quattro governi di Francesco Crispi, le manifestazioni furono spesso vietate o represse, poiché considerate una minaccia all’ordine pubblico37. Il culmine della repressione avvenne nel maggio 1898 nella serie di manifestazioni contro l’aumento del prezzo del pane passate alla storia come Moti di Milano. Il governo presieduto dal marchese Antonio Starabba di Rudinì dichiarò lo stato d'assedio con il passaggio di poteri al generale Fiorenzo Bava Beccaris il cui utilizzo indiscriminato delle armi da fuoco fu l’ultimo colpo di coda della reazione conservatrice rappresentata dagli ambienti retrivi della Corte sabauda e la destra liberale di stampo prussiano38. Turati stesso venne arrestato dopo aver presieduto le manifestazioni milanesi del Primo Maggio 1898 e il già citato Critica Sociale chiuso.

Solamente le elezioni del giugno 1900 e la vittoria della sinistra giolittiana portò nel fronte liberale quell’apertura ormai necessaria verso le lotte dei diritti dei lavoratori. Come primo banco di confronto fu la firma nel 1901 di un accordo tra la Confederazione degli Industriali e la FIOM (Federazione Impiegati Operai Metallurgici) che prevedeva, finalmente, la riduzione dell’orario lavorativo a otto ore giornaliere e quarantotto settimanali, segnando un cambiamento significativo nel panorama del lavoro industriale dell’epoca.

A commentare l’intesa sul quotidiano em>La Stampa il 6 lugio 1901, fu un allora giovane liberale, Luigi Einaudi:

Si associno gli operai e trattino, forti della loro resistenza organizzata, cogli imprenditori; ed elevino di molto il loro tenor di vita. L’elevazione sarà dovuta alla libera organizzazione e sarà meritato premio concesso a chi seppe dimostrarsi forte ed abile nella lotta economica. Non impongano tuttavia con una legge il loro volere agli altri operai ed agli imprenditori. Soltanto i deboli che non sanno conquistare il benessere e la ricchezza coll’opera propria, si accordano per impadronirsi dell’altrui ricchezza mercé l’impiego della macchina legislativa.39

In un’ottica autenticamente liberale, il confronto tra le parti sociali era per Einaudi non solo auspicabile, ma necessario per il buon funzionamento di un’economia libera e di una società giusta40.
Il dialogo tra imprenditori e lavoratori nella definizione dei diritti del lavoro riflette una concezione del liberalismo aperta al confronto e capace di riconoscere le trasformazioni in atto nel mondo del lavoro.
In quest’area liberale è dunque evidente come la centralità della classe operaia e delle sue rivendicazioni sia dirompente come lo si evince nel discorso che Giolitti tiene alla Camera dei Deputati il 30 aprile dello stesso anno:

Nessuno si può illudere di potere impedire che le classi popolari conquistino la loro parte di influenza economica e di influenza politica. … La ragione principale per cui si osteggiano le Camere del Lavoro è questa: che l’opera loro tende a far crescere i salari. … Il governo quando interviene per tener bassi i salari commette un’ingiustizia, un errore economico e un errore politico.41

La presa di coscienza giolittiana si spinge a toccare il tema salariale ponendo i confini della libertà individuale non nella sola dimensione economica, ma comprensiva anche del rispetto della dignità del lavoratore e il riconoscimento della sua voce all’interno del processo produttivo42.

 

Il mondo cattolico e la "questione operaia"

Il movimento cattolico manifestò un atteggiamento ambivalente nei confronti della festività del 1° maggio seguendo le varie anime che esistevano già nel tardo ottocento seppur non pienamente delineate come accadrà nel secolo successivo. Da un lato c’è chi, anche in aree meno conservatrici, guardò inizialmente con sospetto al Primo Maggio, associandolo all’ideologia socialista e anticlericale e chi, alla stregua del puro intransigentismo post Pio IX colse, specie nelle manifestazioni più animate, un potenziale attacco allo Stato liberale reo di aver posto fine allo Stato clericale43.

La svolta avvenne con la pubblicazione dell’enciclica Rerum Novarum di Papa Leone XIII che arrivò non a caso nel 1891 e segnò l’avvio di una riflessione autonoma della Chiesa sulla condizione dei lavoratori. Considerata il testo fondativo della moderna dottrina sociale della Chiesa, in essa, il pontefice affrontò in maniera sistematica le problematiche legate alla condizione operaia, ai diritti dei lavoratori e al ruolo dello Stato, ponendo le basi per una riflessione cristiana sul lavoro, la giustizia sociale e le relazioni industriali.

Se con il lavoro eccessivo o non conveniente al sesso e all'età, si reca danno alla sanità dei lavoratori; in questi casi si deve adoperare, entro i debiti confini, la forza e l'autorità delle leggi.
Un lavoro proporzionato all'uomo alto e robusto, non è ragionevole che s'imponga a una donna o a un fanciullo. […] Certe specie di lavoro non si addicono alle donne, fatte da natura per í lavori domestici, í quali grandemente proteggono l'onestà del sesso debole, e hanno naturale corrispondenza con l'educazione dei figli e il benessere della casa.44

La Rerum Novarum rappresentò una svolta nella posizione ufficiale della Chiesa, che si mostrò finalmente pronta ad affrontare le sfide poste dalla modernità in qualità di guida spirituale globale45. Pur sostenendo la necessità di condizioni di lavoro più umane e giuste, il pontefice mantenne una visione tradizionale in merito alla distinzione di genere e all’età lavorativa, elementi che riflettono il contesto culturale dell’epoca.
Nonostante il Primo Maggio come propria festività, il mondo cattolico sviluppò forme alternative di mobilitazione sociale, dando vita a associazioni e sindacati cristiani in competizione con quelli socialisti.

Tra i più innovatori del cattolicesimo italiano si inserisce il fondatore della Fuci, Romolo Murri. Sacerdote marchigiano, il Murri strenuamente convinto che i cattolici dovessero partecipare attivamente alla vita politica del Paese si distinse presto per le sue idee progressiste, tese a conciliare il messaggio cristiano con la democrazia e l’impegno sociale. Murri promosse un’idea di cristianesimo moderno, attento ai diritti dei lavoratori e alle nuove sfide della società industriale46.

Tra le colonne del suo Cultura Sociale47, definito da più parti l’alter ego cattolico del già citato Critica Sociale di Turati, il sacerdote dedicò al tema del lavoro e dei diritti dei lavoratori lo spazio più amplio, con un serrato confronto col mondo dei sindacati e dell’associazionismo tedesco di confessione protestante48.
La centralità di questi temi era tanto evidente da dedicare, analogamente alla rivista socialista di Turati, ogni primo maggio la copertina della rivista ad una accesa critica del sistema liberale ed industriale:

un sistema di cose divenuto abitudine, la pressione dei proprietari, e de' grandi coltivatori, aggravata dai balzelli e favorita da tutto l'appoggio del dritto e delle istituzioni povere infelici: ed civili, abusa del lavoro di esse che non hanno mai inteso una voce in cui confidino rimproverare l'inumana signoria, esse, per le quali la civiltà passa e s'avanza senza ombra di vantaggio al mondo, lavorano e soffrono e muoiono senza alzare un lamento. Ma la giustizia, la pietà, la religione non è in causa? Sarebbe in causa, se l'abitudine stessa, il pregiudizio tradizionale, la ignoranza spesso incolpevole di coloro ai quali ne è affidata la difesa fosse più capace di vedere il male nell'intimo di quegli ordinamenti economici ed in un grande lavoro, di apostolato il rimedio.

La giustizia, la lotta alle disuguaglianze ispirate ai valori evangelici, la dignità del lavoro e delle classi sociali più povere sono al centro del cosiddetto cattolicesimo sociale di Murri, spesso in sintonia con le istanze del socialismo riformista. Il suo attivismo politico e le posizioni autonome gli costarono, però, l’ostilità del Vaticano: nel 1907 fu sospeso a divinis da Papa Pio X e nel 1909, dopo l’elezione in Parlamento con il Partito Radicale49,fu scomunicato. Nonostante la rottura con la Chiesa, Murri continuò a riflettere e scrivere sul ruolo dei cattolici nella società contemporanea.
Solo nel 1943, pochi mesi prima della morte, la Chiesa revocò la scomunica, riconoscendo il valore del suo percorso. Romolo Murri morì nel 1944, lasciando un’eredità profonda: fu tra i primi a porre le basi per un cattolicesimo impegnato nella democrazia e nella giustizia sociale, anticipando molte delle idee che sarebbero state riprese dalla Democrazia Cristiana nel dopoguerra50

 


33 G. Procacci, Storia degli italiani, Laterza, Roma-Bari, 1998.

34 F. Turati, Scritti politici, a cura di L. Cortesi, Editori Riuniti, Roma, 1976

35 F. Turati, L’Appello per il Primo Maggio, Critica Sociale, Anno II n.17, 30 Aprile 1893.

36 E. Malatesta, Scritti, vol. II, Edizioni Zero in Condotta, Milano, 2011.

37 G. Sabbatucci – V. Vidotto, Storia d’Italia. Il sistema liberale, Laterza, Roma-Bari, 1995.

38 G. Spadolini, L'Italia della ragione. Lotta politica e cultura nel Novecento, Firenze, 1978.

39 L. Einaudi, Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), Vol. I, Einaudi, Torino, 1959, pp. 382-385.

40 G. Galasso, Luigi Einaudi: la libertà e il bene, Laterza, Roma-Bari, 1993.

41 G. Giolitti, Discorsi parlamentari di Giovanni Giolitti pubblicati per deliberazione della Camera dei Deputati, vol. 2, Tipografia della Camera dei Deputati, Roma 1953.

42 Questa visione anticipa in parte alcune delle moderne teorie del "liberalismo sociale", in cui il mercato è integrato da forme di mediazione e responsabilità condivisa tra attori sociali.

43 A. Giovagnoli, La Chiesa e la questione sociale. Cattolicesimo e movimento operaio tra Otto e Novecento, Bologna, Il Mulino, 1988.

44 15 maggio 1891, Rerum Novarum, Encicliche di Leone XIII, www.vatican.va

45 G. Martina, La Chiesa nell’età del liberalismo (1848–1914), Morcelliana, Brescia, 1971, pp. 157-162.

46 Cultura Sociale (1901-1907) fu una rivista che divenne punto di riferimento per i giovani cattolici riformatori. Vi scrissero anche personalità poi coinvolte nel Partito Popolare Italiano come don Luigi Sturzo.

47 M. Guasco, Romolo Murri. Tra la «Cultura sociale» e «Il Domani d’Italia» (1898-1906), Edizioni Studium, Roma 1988.

48 R. Murri, CULTURA SOCIALE ANNO I – Maggio 1898, Catalogo Periodici – Biblioteca Dossetti, Bologna.

49 La candidatura di Murri nelle liste radicali violava il "non expedit", il divieto imposto dalla Chiesa ai cattolici italiani di partecipare alla vita politica del Regno d’Italia, considerato ostile alla religione.

50 R. Moro, La formazione della classe dirigente cattolica (1929-1937), Il Mulino, Bologna 1979