Ritrovarsi vergini facendo il mio lavoro è difficile, però sono convinto che ci sia un confine tra l’esagerare, il forzare i termini e la dialettica normale. Una cosa è dire cose per portare la trattativa a un certo risultato piuttosto che un altro – fa parte della discussione, della dialettica –, un’altra cosa è dichiarare cose false semplicemente perché l’azienda tende al profitto e, se oggi guadagna cento e l’anno prossimo guadagna mille, sarà comunque scontenta perché non guadagna duemila. Questa per me è anche una regola del gioco: l’azienda nasce per creare profitto, quindi so che devo avere per obiettivo il rispetto del profitto, ma anche con un po’ di attenzione e soprattutto ricordandosi di rispettare le persone. Lo dico perché certe volte anche mi è capitato di insistere, in caso di licenziamenti piuttosto che di riduzione, dicendo: “Quanto prima lo diciamo, quanto prima le persone si possono organizzare anche, cercare un lavoro…”

Io non voglio essere qua e dire che sono buono: per me più fattura l’azienda e meglio è, ma io ti do quest’informazione e tu fai quello che vuoi. Quindi la si può vedere in due modi: io voglio essere corretto, ma senza ipocrisia sto facendo l’interesse dell’azienda nella quale lavoro. Gestire richiami disciplinari, riduzioni, licenziamenti fa parte del mio lavoro e non mi tiro indietro.

Prima di lavorare nell’ente pubblico, ho lavorato come responsabile del personale  per una fabbrica, dove ogni tanto ti arriva la lettera di contestazione. E ho riflettuto a posteriori sul fatto che questa è anche una forma di rispetto: quando io ti scrivo e ti dico che quello che fai non va bene, in qualche modo è dire che ho bisogno di te. L’ente pubblico invece può anche permettersi di non fare questo. L’ente pubblico ti dice: “Vieni a lavorare, ti metto in un angolino e mi posso permettere la spesa di non farti fare niente” – sto esagerando per chiarezza. Il privato invece è un po’ troppo preoccupato di non avere costi aggiuntivi e questo porta, in certe situazioni, a un maggior rispetto per le persone perché il fatto di prenderti e metterti in ufficio a non fare niente – sto esagerando, ma nel pubblico questo l’ho visto – è forse la forma peggiore di mancanza di rispetto. Questa cosa mi ha un po’ colpito. Alla fine quando tu in fabbrica rompi le scatole alle persone stai loro dando il messaggio che hai bisogno di loro: alla fine c’è un messaggio positivo. Insomma, la mia esperienza nel pubblico non la valuto positivamente. Il fatto che nelle aziende private ci sia una logica di profitto ti garantisce che, nel momento in cui tu fai il tuo lavoro bene, hai un valore e quindi l’azienda è interessata a tenerti e soprattutto c’è una logica è chiara a tutti: finché tu fai bene il lavoro, mi risolvi i problemi, mi fai guadagnare, io ho bisogno di te. Nell’ente pubblico tu puoi anche fare bene il tuo lavoro, ma siccome l’azienda non funziona con il profitto, è del tutto aleatorio che tu abbia un valore e che tu sia importante per me.

È una sorta di mancanza di riconoscimento di merito?

No, il punto è un altro. Il punto è che possiamo dire tutto e il contrario di tutto. In un ente pubblico, io superiore posso decidere che tizio non è bravo. Tu mi dici che è bravo e io ti dico che non è bravo, e siccome io sono il preside questo va allontanato. Se siamo in un’azienda privata e questo professore insegna bene e le persone che passano da lui guadagnano di più, in qualche maniera questo permette a quel professore di avere una maggiore protezione: non può arrivare il preside e mandarlo via. Se io sono un venditore che vende bene e sono l’unico comunista in un’azienda di neofascisti, probabilmente hanno più difficoltà a mandarmi via. Se invece sono in una scuola in cui sono il professore più bravo però alla fine non puoi monetizzarmi, è molto più aleatorio. Insomma, nel pubblico conta anche meno il lavoratore da un certo punto di vista, perché le logiche di valutazione non sono chiare: le regole del gioco non sono chiare.

(a cura di Tiziana Faitini)

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