Il giornalista si trova davanti a persone che raccontano la loro storia perché vogliono renderla pubblica, ma anche perché vogliono riscattarsi.

Ma quanto spazio deve dare allo sfogo di una persona? Nel momento in cui io, come giornalista, pubblico una cosa, quest’argomento in una misura o nell’altra diventa argomento di discussione: il giornalista ha proprio questa percezione chiara, soprattutto se in quello che scrive sono contenute delle accuse, e sente questa responsabilità. Mi sono trovato a decidere se riportare le accuse pesanti dei familiari di un bambino seriamente malato, forse danneggiato dalla vaccinazione, rispetto a quella che loro chiamavano la “prassi criminale” della vaccinazione obbligatoria. Lì il problema etico è che tu, come giornalista, stai trattando una questione di rilevanza pubblica, ma ti fai comunque coinvolgere dal contatto empatico che hai con i protagonisti. Ti devi chiedere che cosa stai cercando. Si tratta di dare sfogo a chi soffre? Ma se fosse solo questo, quanta gente avrebbe bisogno di un giornalista per diffondere la propria storia? Oppure, il racconto serve per trovare una verità? Ma se cerchi la verità, non devi farti condizionare dalle lacrime della madre o dal sorriso del bambino, né dalle minacce che potrebbero arrivare dall’altra parte. Ero alle prime esperienze e quella volta mi sono davvero trovato in difficoltà. Ancora non ho capito se quell’articolo l’ho scritto per un sentimento di umanità o se l’ho fatto per trovare la verità. Questa è una questione etica profonda, che va al di là della questione deontologica, perché mi coinvolgeva come uomo. E allora ci si potrebbe chiedere: che senso ha il tuo lavoro? Quale margine hai in un’inchiesta giornalistica? E quando sei è convinto di un’idea, fino a che punto è giusto utilizzare il potere che hai per appoggiare quest’idea? Dentro di me sono convinto che la denuncia della famiglia avesse una ragione, però mi chiedo: ho fatto bene o no a portare alla luce quelle indagini? Che margine di autonomia hai nel momento in cui fai il lavoro di giornalista? Fai il megafono di qualcuno? E quanto devi essere coinvolto?

Ti racconto un episodio quasi folkloristico, che però aiuta a capire questa percezione diffusa del giornalista come megafono. Ad un torneo di paese era stata invitata una squadra professionista di pallavolo, per l’inaugurazione della nuova palestra, ed io, che all’epoca ero corrispondente locale di uno dei quotidiani provinciali, su incarico del direttore ho coperto l’evento, senza sapere, ovviamente, se e quando poi ci sarebbe stato spazio sul giornale. Ne è uscito un trafiletto qualche giorno dopo. La sera stessa mi chiama a casa – e anche qui: a casa, per dire quanto sei raggiungibile in questa pozza che è il Trentino – l’assessore alla cultura del paese, inviperito perché l’evento non aveva avuto adeguato risalto e non c’era la sua foto sul giornale. Che percezione ha la gente del giornalista se non come di un megafono?

Si potrebbe dire che si tratta di un operatore di marketing.

Esatto. Ti sei mai chiesta perché sui fatti di cronaca giudiziaria si mette la foto dell’avvocato? Serve una foto, non si può ovviamente mettere la foto dell’imputato e allora di solito si mette quella dell’avvocato, guarda caso dell’avvocato vincente: ma dietro a questo c’è un vero e proprio mercato, perché per l’avvocato si tratta di una pubblicità gratuita incredibile.

E poi c’è da dire che il Trentino è una pozza: fare il giornalista in una realtà così piccola non significa essere un professionista, ma significa avere un nome, una famiglia, un paese d’origine. Quando vai a parlare con le persone, soprattutto se lo fai per metterle in difficoltà con domande scomode, loro sanno dove andare a prenderti e a colpirti, e lo fanno senza problemi. Specie tra i colleghi che lavorano nell’informazione normale – quotidiani, tv locale – dove il concetto di giornalismo non è legato all’inchiesta, ma a quella finta obiettività di riportare i fatti, si creano dei legami personali; e tu, giornalista, non sei un giornalista ma hai un nome e un cognome. Le persone che contatti fanno leva sul tuo nome e cognome e non ti trattano da professionista: tu ne sei indebolito, perdi la tua oggettività e tendi a non complicarti la vita e, ad esempio, curi dei contatti che potrebbero esserti utili per il tuo lavoro. 

Ho un amico che lavorava in una radio e poi è stato costretto ad andarsene: per meglio dire, hanno fatto di tutto per fargli capire che era meglio che se ne andasse. Il suo direttore diceva: “noi dobbiamo fornire fatti e non interpretazioni”. E questo significa che, se fai la cronaca di un’assemblea di categoria, ad esempio dell’Associazione degli artigiani, tu non devi sollevare dei punti spinosi: devi limitarti a riportare quello che è stato detto. Le categorie questo si aspettano. Se parli dell’assemblea del PD, devi farti megafono del PD. Se parli della Federazione delle cooperative, devi farti megafono della Federazione delle cooperative, o dei sindacati se parli di sindacati. Per il giornalista questo è anche comodo: tu sai che così hai lo spazio sul giornale, sai che arrivi sul tavolo dell’assessore tramite quell’articolo. Ma non è nostro compito anche indagare sulla controparte? E poi, ho percepito che in Trentino ci sono tre poteri inattaccabili per un giornalista, che sono la curia, la provincia e la cooperazione: tre pilastri che sono interconnessi e non certo indipendenti, su cui non è ammessa critica. Ma questo è un discorso che esula dal nostro tema.

(a cura di Tiziana Faitini)

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