L’assistente sociale, come professionista, vive un incrocio di mandati. Noi abbiamo un mandato che ci pone in un’ottica trifocale: abbiamo il mandato sociale, il mandato organizzativo-istituzionale e quello dell’utente. Il dilemma etico che l’assistente sociale si trova ad affrontare sistematicamente è nel caso in cui questi mandati sono compresenti e vanno a collidere. L’area dove è più presente questa compresenza è quella della tutela di minore, forse anche perché è più esposta anche mediaticamente. Le scelte sono spesso laceranti e, se il mandato è quello di tutela del minore, non è però facile mantenere l’equilibrio tra necessità di aiutare la famiglia e esercizio di controllo sociale. I conflitti con le famiglie sono molto frequenti e a volte quasi violenti: certo, ci sono casi di allontanamento consensuale di un minore, ma sono mosche bianche. Poi, ci sono in numero crescente le situazioni conflittuali legate alle separazioni, in cui ci si trova anche di fronte a una forma di manipolazione psicologica dei figli da parte di uno dei due genitori. Ci sono coppie che, di fronte a un malessere coniugale, decidono di intraprendere un percorso per mantenere un rapporto costruttivo, nell’interesse del minore. Nel momento in cui però quell’interesse per il minore è solo funzionale a coprire o lenire la ferita, lì ti trovi a dover intervenire e consigliare un percorso terapeutico. Nelle situazioni di questo tipo è più facile incorrere in difficoltà e errori di matrice etica perché sono più labili e indeterminate; c’è un conflitto tra genitori e uno dei problemi spesso è che, non so quanto consapevolmente, i colleghi tendono ad aderire più a una parte che all’altra. Paradossalmente, l’intervento d’urgenza è più facile perché il bambino è maltrattato e, posto che ci siano gli elementi, non ho da scegliere.

Tra le aree di collisione di mandati non possiamo nemmeno escludere, seppure molto meno frequenti,  quella adulta, in particolare legata alla psichiatria, e quella degli anziani. Uno dei problemi che si sta creando ora, con la disgregazione familiare, riguarda l’anziano, che vorrebbe stare a casa ma non ci può più stare. La dinamica che si instaura è un conflitto tra persone, figli-genitori, dove da un lato il figlio vorrebbe tenere l’anziano a casa ma non può, e dall’altro l’anziano si rende conto di essere un peso ma non vuole andare in casa di riposo perché dice: “Allora sono morto”.

Un punto eticamente rilevante, secondo me, è che ci si trova sempre più appiattiti su forme di intervento professionale legato all’erogazione di servizi o all’esercizio di interventi. Sarebbe interessante fare un’analisi di come è cambiato il linguaggio: una volta magari si parlava di occasione di intervento, oggi si chiama filiera di servizi. L’economia e la gestione aziendale sono entrate profondamente anche qui. C’è chi parla di “prestazioni sociali”. Io aborro il termine di “prestazione sociale”, anche se in generale penso di essere molto vicino a delle logiche liberiste… però non posso accettare l’idea della “prestazione sociale”: non la vedo applicabile.

Che rilevanza ha il codice deontologico secondo lei?

Posso immaginare tre profili: quelli che l’hanno letto, approfondito e a cui piace, che sono una minoranza; una maggioranza, che l’ha letto ma non l’ha realmente approfondito; una minoranza che, secondo me, ­– e qui sono molto cattivo – lo usa come strumento rivendicativo, un po’ come quelli che dicono: “La legge mi dà diritto a questo”. Nelle dinamiche conflittuali viene utilizzato il codice in maniera strumentale, perché alcuni colleghi aspettano solo che tu faccia una cosa un pochino fuori dalla linee tracciate per giocarsi la carta del codice.

Abbiamo da poco un nuovo codice e io sono fierissimo ad esempio dell’articolo 33, perché è stata una battaglia tra culture. In particolare nella nuova definizione di famiglia: non è più il codice a dire chi è la tua famiglia, ma sono le tue relazioni significative. È una cosa che non è stata per nulla semplice da raggiungere; questo codice rispetto a quello precedente riconosce la famiglia come risorsa primaria, punto. Noi l’abbiamo costruito anche discutendo fortemente tra di noi perché, diciamolo chiaramente, l’ambito del sociale si divide spesso tra un approccio più di matrice culturale cattolica e un altro laico progressista. Questo, anche all’interno della comunità, crea delle visioni differenti. Faccio un esempio. C’erano alcuni colleghi che volevano inserire nel codice etico le obiezioni di coscienza anche sull’interruzione di gravidanza. Noi abbiamo il compito di lavorare con le persone per tutelare la maternità ma anche per garantire la scelta; non interveniamo direttamente ma accompagniamo la scelta assieme ad altri professionisti. Io mi rifiuto di pensare che un collega rifiuti l’accompagnamento e l’autodeterminazione della donna perché nel momento in cui tu obietti… posso dirla tutta? Nel momento in cui tu accetti un incarico da un ente che ha un mandato normativo, l’obiezione di coscienza la poni prima: non accetti l’incarico. Se tu accetti quell’incarico, ne accetti tutte le conseguenze, altrimenti vai in una struttura che è la struttura privata che dice: noi non lo facciamo. Perché devi venire in un ente che deve garantire un diritto e poi obiettare il tuo singolo diritto soggettivo? La scelta la fai prima, questo è un agire responsabile. Hai una crisi successiva? Chiedi il trasferimento. Il fatto che qualsiasi professionista si arroghi il diritto di dire che lo fa per il bene della donna lo trovo una violenza inaccettabile.

(a cura di Tiziana Faitini)

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