Lo scempio che abbiamo fatto dal dopoguerra a oggi è mostruoso. L’impatto del nostro lavoro sul benessere della collettività è enorme e potrebbe essere enormemente positivo, ma purtroppo tende a essere pesantemente negativo. Di fatto il nostro lavoro ha avuto una ricaduta che è stata disastrosa. Il rapporto tra quello che facciamo e la qualità della vita è un rapporto strettissimo e dovrebbe essere tenuto in massima considerazione da tutti, non soltanto come responsabilità nostra ma anche altrui.

C’è poi il fatto che la paternità dell’opera non è più riconosciuta: se tu guardi sul giornale la foto della nuova opera pubblica – asilo, palestra, ecc. – ci troverai il nome del sindaco o dell’assessore, ma non quello del progettista. E invece dovrebbe esserci un’associazione, nel bene e nel male: uno dovrebbe ricevere delle lodi per le cose buone che ha fatto e prendersi le responsabilità per le cose pessime che ha fatto. La circostanza per cui i progettisti che hanno realizzato opere che vengono esecrate da tutti vengano continuamente reincaricati dagli stessi soggetti, pubblici perlopiù, è un effetto sbalorditivo. In che misura uno si sente riconosciuto nell’opera che fa? Io conosco pochi progettisti che sono particolarmente soddisfatti, perché poi c’è qualcuno che ci mette lo zampino. Ci sono delle interferenze politiche nel nostro lavoro che non puoi neanche immaginare.

Per gli architetti dipendenti pubblici si tratta di interferenze dirette. Qualora malauguratamente per il politico tra i suoi tecnici funzionali vi fossero delle autentiche competenze, nasce il problema che – se non oggi domani – visioni più o meno strampalate del politico vanno in conflitto con la professionalità e la consapevolezza tecnica del professionista pubblico. E indovina chi dei due deve fare un passo indietro? Chi non fa il passo indietro rischia veramente di vedersi stroncata la carriera. In Trentino possiamo citare a memoria i più importanti funzionari pubblici con competenze nel campo della salvaguardia del patrimonio artistico e dei beni architettonici che sono stati defenestrati uno dopo l’altro solo perché erano un po’ troppo rigorosi nei loro criteri professionali. Quest’insegnamento ovviamente si diffonde immediatamente su tutti quanti gli altri: tutti quanti sanno che fine ha fatto Tizio, che fine ha fatto Caio, perché si trovano oggi chiusi in un ufficio con competenze del tutto diverse da quelle per le quali erano stati assunti, e sanno che se non vogliono fare la stessa fine è bene non intralciare. A questo punto nascono questi rapporti di fedeltà cortigiana che poi spingono soggetti apparentemente razionali a sottoscrivere ipotesi assolutamente inverosimili dal punto di vista tecnico: proposte che, vagliate da un tecnico neutro, verrebbero cestinate dopo cinque secondi, vengono prese sul serio.

Il professionista pubblico subisce questi ricatti che gli vengono dall’alto, che lo inducono a comportarsi in maniera contraria alla sua coscienza professionale. Dopodiché ha anche rapporti col basso, col cittadino o coll’imprenditore che deve farsi approvare la pratica, che lo inducono ad abusare del suo lavoro per tornaconto personale. Le commissioni edilizie sono uno snodo essenziale, in cui pubblico, privato e tecnico si intrecciano – e se ne vedono di tutte le sorti.

E poi c’è l’altra parte di questo discorso, che riguarda i rapporti professionali tra il committente e il progettista. Anche qui le tentazioni sono piuttosto esplicite e, cosa che secondo me è determinante, la considerazione delle competenze professionali è bassissima. Qui siamo ancora all’idea che il professionista è un tramite con la burocrazia di cui si farebbe anche a meno. Sono i professionisti per primi a dimostrare di aver paura della competenza dei propri colleghi, però dall’altro lato il committente considera pochissimo le competenze professionali del suo professionista e conseguentemente è anche poco disposto a investire sul professionista. Io ho visto decidere delle assegnazioni a uno piuttosto che a un altro per uno spicciolo di euro: non perché uno è più bravo dell’altro, ma perché uno costa 10.000 euro in meno su un’operazione che costa milioni. Allora è chiaro che quando il mercato vede una domanda che è disinteressata alla qualità, la selezione viene fatta sul prezzo indipendentemente dalla qualità stessa. Tra domanda e offerta non si sa chi condiziona che cosa: è chiaro che se ci fosse un’offerta di un certo tipo forse ci sarebbe anche una domanda un po’ diversa. Nello stesso tempo però bisogna stimolarla, la domanda, e qui gli ordini professionali e l’ente pubblico dovrebbero cercare una sinergia per questo. Ma posso solo farti esempi tristi che vanno in direzione opposta. Il sindacato degli architetti esiste, ma nessuno lo conosce – e si è fatto dell’ordine un sindacato.

E poi, l’architetto dovrebbe invece restare un soggetto neutro rispetto agli uni e rispetto agli altri. Anche questa non è una cosa facilmente comprensibile: molti committenti sono convinti che dal momento in cui loro pagano la parcella, io faccio i loro interessi. Non è esattamente così: io non sono tenuto a inseguire gli interessi del committente quando questi vanno al di fuori degli interessi generali o sono contro gli interessi dell’impresa, come non posso mettermi con l’impresa contro gli interessi del committente. La credibilità del mio ruolo sta proprio nella terzietà: è vero che sono pagato da uno, ma ciò non significa che io sia diventato il suo servo.

Non credo che i professionisti siano cittadini eticamente diversi dagli altri. Io credo che l’ambiente, le contingenze, il contesto abbiano un’influenza più rilevante, statisticamente quanto meno, delle propensioni individuali. Uno può anche avere le migliori intenzioni, laurearsi avendo i migliori ideali, ma dopo qualche anno che annaspa dentro questo sistema… Non credo che i professionisti abbiano una coscienza etica diversa, ho l’impressione che la loro sia piuttosto usurata da questo logorio quotidiano di un contesto che ti invoglia a sbarazzartene. Ho fatto l’università senza che nessuno neanche mai mi abbia accennato a problemi di questo tipo. I nuovi professionisti si formano attraverso la frequentazione di studi e lì imparano condotte criminose piuttosto che modelli di irreprensibilità. Oltretutto anche lì c’è una situazione disperata: se io volessi manovalanza a costo zero, c’è anche chi è disposto a venire a lavorare gratis. Laureati che entrano negli studi professionali dalla porta di servizio, dove vengono sfruttati, sottopagati e qualcosa imparano. Appena hanno imparato abbastanza si tolgono da questo giogo servile e si mettono insieme con qualche altro architetto, avendo capito cose che dal punto di vista del prestigio professionale non sono il massimo. È un cortocircuito che bisognerebbe spezzare, ma non si sa da che parte, perché in realtà una responsabilità ce l’ha anche – adesso non voglio difendere la categoria – l’altra parte, cioè la domanda.

Da questo punto di vista non credo che la categoria abbia molti anticorpi interni. Credo che il cambiamento possa esserci soltanto se c’è una diversa consapevolezza del mercato. In fondo, uno che costruisce una cosa che gli costa qualche milione di euro rischia di vanificare in parte o completamente il suo investimento perché non sa distinguere tra un buon progetto e un cattivo progetto, e si affida al parametro economico come unico dato oggettivo di comparazione. Ci sono soggetti investitori in tutti i settori che si comportano in questo modo sprovveduto. La mia speranza è che nasca questa consapevolezza, che il mercato diventi più selettivo e che eserciti maggiori pretese sia dal punto di vista della qualità del progetto, sia dal punto di vista di affidabilità etica del progettista a cui si dà l’incarico. Un progettista onesto e competente è un bel risparmio e un ottimo investimento.

 (a cura di Tiziana Faitini)

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