Per me non è attenzione ai temi etici quello strano mescolone che c’è in Trentino tra il fare imprenditoria e il sentirsi buoni cattolici. Questo è un mix di mentalità un po’ retrò che fa sì che, come si appunta sul bavero della giacca un distintivo del Rotary, ugualmente si dica: “Ah! Io sono un buon cattolico, che ragiona col vescovo, che parla…”. Ci sono dei circoli nei quali spesso si corre il rischio di fare il Rotary del mondo cattolico, ma non è da quei circuiti salottieri che passa l’istanza etica diffusa. C’è il tale che si erge a campione dell’etica negli affari, il tal altro che dice che lui sovvenziona il progetto in Africa. Sono tutte cose corrette e giuste, ma ci sono delle problematiche su cui si misura l’afasia dell’imprenditoria trentina – e sono le problematiche che lei ha elencato prima. Anzitutto la precarietà del lavoro: abbiamo qualcosa da dire su questa precarietà o vogliamo continuare a ragionare in termini di “A me servono dieci persone in più quando ho domanda in abbondanza e mi serve togliermele subito di torno quando la domanda si contrae”? E poi, vi è un clamoroso problema di disuguaglianza in questo Paese. Io credo veramente che sia il problema, con la P maiuscola.

In ogni caso, credo che l’imprenditore singolo difficilmente coltivi una prospettiva di questa natura. Le rappresentanze hanno un ruolo di stimolo e anche di responsabilizzazione – se mi passa l’espressione, guardi che potrei essere malinteso perché se qualcuno dei nostri imprenditori pensa che sto facendo l’educatore di stampo sovietico se la prende di brutto. Però in qualche misura il ruolo della rappresentanza dovrebbe essere quello di chi contamina gli operatori in termini positivi e in termini di battaglie e iniziative che hanno un loro spessore etico.

Un ruolo educativo?

Preferisco dire un ruolo di stimolo e promozione dei livelli di consapevolezza. Nel fare questo, dobbiamo considerare che il profondo fossato che c’è tra teoria e pratica… lo spirito trentino credo non l’abbia ancora superato. “Tu sei teorico”, ti oppongono e ti tagliano le gambe, perché invece molti si sentono i depositari del senso pratico. L’imprenditore trentino ti dice “Tu fai filosofia”, allora mi fa andare in bestia. Non è una difesa d’ufficio, ma è una reazione rispetto a queste semplificazioni sterili della teoria contro la pratica. E si tratta di una cosa su cui purtroppo lo spirito trentino offre terreno molto fecondo. Non si può pensare che ancora adesso ci sia in giro qualcuno che si sente detentore del senso pratico e gli altri che sono degli speculativi avulsi dal contesto. Io sono trentino, ma questa è una cosa che francamente ci condanna ad un provincialismo senza salvezza. L’Università da questo punto di vista è proprio l’ancora di salvezza per uscire da questo contesto, perché anche l’imprenditoria non può rimanervi rinchiusa. Il mondo sta cambiando e noi non possiamo andare avanti con queste logiche iperprovinciali.

Torniamo alle battaglie di spessore etico a cui accennava.

Un punto importante è comunicare l’idea che l’illecito non è solo l’illecito del furto da parte di imprese sostanzialmente criminose. L’illecito è anche – e questo è meno scontato – il fatto che io non adotto gli ultimi ritrovati tecnologici per proteggere i cantieri dal rischio di caduta di una persona; lì già entriamo in un terreno un po’ più grigio. La domanda concreta è: “Ho determinate risorse, devo fare le impalcature o i ponteggi di un materiale o di un altro?”. Naturalmente l’imprenditore dice: “Io proteggo le mie risorse e devo tenere un occhio anche agli esborsi”. La logica che, anche giuridicamente, si cerca di incentivare prevede invece: “No, tu dovresti adottare il massimo della tecnologia che c’è per evitare che accada il fatto infortunistico”. Quindi qui c’è l’istanza etica e la percezione dell’impresa è che la risorsa umana che lavora è una risorsa preziosa. L’impresa che segue questo modello se la gioca su un piano reputazionale: sicuramente se adotta una politica di attenzione massima all’ambiente intorno,  poi se la vende ai fornitori e ai clienti: “Guardate io sono un operatore che ha una sensibilità specifica su questi temi”. Io però, francamente, non ci trovo alcunché di disdicevole. Lei potrebbe dirmi che è strumentale: certo che è strumentale, l’impresa vive in questo contesto.

Ma entrano in gioco anche altre questioni, apparentemente più distanti. Io ho visto con estrema preoccupazione l’anno scorso tutti questi piccoli imprenditori del Veneto che si identificavano a tal punto, c’era tale responsabilità nella propria impresa, che si suicidavano perché l’impresa andava male e si trovavano a mettere sul lastrico i propri operai e i propri dipendenti. In parte è un segnale positivo, in parte però dava l’idea di come anche il lavoro non sia più sufficiente per darti un’identità, un ruolo: se i numeri ti danno torto tu sei un fallito, se i numeri di una crisi che ha colpito tutti ti danno torto, tu sul piano sociale sei un fallito e non vedi più sbocchi plausibili. Sono stati decine di casi, al punto che la nostra Federazione industriali del Veneto aveva pensato di sviluppare un progetto. Lei si immagini! Una Confindustria, un gruppo di industriali che dice: “C’è questa moria di imprenditori e dobbiamo far qualcosa!”. Hanno capito che c’era stato un punto di rottura sul piano dell’identità, del significato di imprenditori che si alzavano con le loro maestranze alle sei del mattino e, come sanno fare i veneti più di noi, staccavano alle dieci di sera. È o non è questo il segnale che qualcosa si è rotto? Che questa infrastruttura portante che è il senso del nostro lavoro sta pericolosamente vacillando?

Non potrebbe essere in questo caso un eccesso di identificazione con il proprio lavoro da parte di quegli imprenditori?

Potrebbe, ha ragione. Mettiamola così. Il lavoro ti dà ruolo e identità sociale. Quando il lavoro è l’unica dimensione che fa il ruolo sociale dell’individuo, si corrono questi rischi; è un’overdose, è un eccesso, ma sotto c’è il fatto che questi imprenditori, dal proprio lavoro, avevano non solo la BMW: il problema era l’identificazione sociale, il riconoscimento del ruolo sociale del tuo lavoro. Nel momento in cui questo riconoscimento è venuto meno, sia pur perché è stato enfatizzato fuor di misura, è crollato tutto. Lei ha ragione, c’è l’enfasi e l’assolutizzazione di una dimensione soltanto. Però non è che si è riassorbita l’enfasi e si è fatto un percorso di sobrietà: no, lì è stato come se d’improvviso il pilastro portante di un ponte avesse ceduto ed è venuto giù tutto. Siamo autocollassati su noi stessi.

 (a cura di Tiziana Faitini)

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