Quali sono le questioni etiche che si trova ad affrontare un alto funzionario della Pubblica Amministrazione?

Siamo pieni di codici etici, ma l’antidoto più efficace è quello della trasparenza, che per la Pubblica Amministrazione è un grosso problema a tutt’oggi. L’etica viene da un qualche tipo di sistema valoriale personale, laico o religioso che sia; il problema, però, non è avere un sistema valoriale, ma essere coerenti con esso. Il problema della PA è proprio quello della coerenza. Per dirlo in altri termini, il nostro problema non è avere una legge, ma dare applicazione alla legge.

La trasparenza riguarda anzitutto il sistema legislativo: se proviamo a affrontare un problema sotto il profilo di norma, primaria ma soprattutto secondaria, ci troviamo in un ginepraio. Ciò non facilita l’etica, anzi: è un buon brodo di coltura delle più svariate forme di devianza.

Alla sovrabbondanza e, spesso, all’incomprensibilità delle leggi, si somma un eccesso della PA, sia come dimensioni che come struttura organizzativa. Per anni abbiamo utilizzato la PA come ammortizzatore sociale, per dare lavoro e dignità a un ampio numero di persone. Abbiamo un sistema di concorsi ottocentesco, ridicolo, collegato a sistema di formazione arcaico, e questo anche se già dagli anni ’80 la legge dice che si devono adottare altri sistemi di reclutamento. L’amministrazione è ferma, ma solo per quanto riguarda il risultato, perché in realtà l’organizzazione è continuamente in ristrutturazione o, per meglio dire, rimescola continuamente le carte. Qui si è generato un altro brodo di coltura, che a sua volta, reciprocamente, genera la complessità normativa. Vi sono strutture con denominazioni elevatissime che di fatto fanno nulla o molto poco. Questo poco, però, va riempito, perché altrimenti non ha ragione di essere; chi si trova ad avere un posto di rilievo, insomma, deve creare uno snodo, uno spazio. Sono fenomeni conosciutissimi nello studio delle organizzazioni: il problema è che dappertutto si combattono ma non in Italia. Le due cose si alimentano a vicenda: se vogliamo sapere perché ci sono percorsi burocratici astrusi e norme proliferanti e iperestese, dobbiamo sapere che sono fenomeni collegati.

Il punto è che se questo scenario fino ad oggi ci ha consentito nonostante tutto di sopravvivere, per l’uso che abbiamo fatto dell’inflazione e per la bassa concorrenza mondiale, ora invece ce lo rende impossibile. Questo sistema inefficiente mina la sopravvivenza e il problema dell’etica diventa un problema di sopravvivenza: non è solo etica, è etica per la sopravvivenza. La spending review cos’è? È responsabilità di spesa, è il bisogno assoluto e urgente di aumentare l’efficienza della PA e di eliminare tutti gli sprechi e le inefficienze di cui abbiamo parlato sinora. Tutti è una parola grossa: ci vorrebbe un messia per questo. Dobbiamo però invertire rotta.

Di necessità virtù: questa è la mia speranza, e se così non è, stiamo imboccando dritti dritti la strada del declino. E lo dico non per me, ma per chi ha la vita davanti.

Come fare?

Sicuramente invertire rotta non significa privatizzare. Le società che gestiscono servizi pubblici sono gestori in monopolio, non hanno concorrenza e non hanno bisogno di farsi venire in mente niente per essere efficienti. Se si fanno venire in mente qualcosa, spesso è per generare spese, perdite, danni. È un settore cresciuto enormemente in quantità di persone e fatturato ed è, tra tutti, il settore in cui c’è più alone e meno trasparenza.

Quali strumenti ha un funzionario in questo contesto per resistere all’ingerenza politica?

Nei limiti della discrezionalità si obbedisce, quando diventa abuso si dice di no. Ho detto di no quando hanno tentato di corrompermi la prima volta. Ho detto di no quando qualcuno è venuto a reclamare un posto di lavoro che qualcuno aveva promesso e ho trasformato il tutto in una denuncia alla Procura nel giro di mezzora, che si è trasformata in una condanna dopo 3 mesi. La ragionevolezza, la razionalità, la gradualità vanno usate dappertutto ovviamente, ma l’attitudine deve essere sempre quella di prendersi le responsabilità: se lo fai sempre hai più possibilità di dire di no, di poter dire “qui è il limite, fin qui arrivo e oltre non si va”.

 In certi casi è sufficiente fermarsi, in altri casi si deve essere disposti a sbattere la porta. Cosa che è tanto più facile da fare quanta più professionalità e competenza uno ha. Se uno invece deve la propria posizione solo alla fedeltà, sbattendo la porta si troverebbe a morir di fame, o comunque dovrebbe cambiare lavoro facendone uno molto meno gradito di quello che stava facendo.

La professionalità e la formazione come presupposti per un’etica professionale quindi.

Non c’è amministrazione o azienda al mondo che cresce se non investe nella formazione. Non esiste al mondo amministrazione che funzioni, pubblica o privata che sia, che non consideri la formazione un dato essenziale. E da noi questo manca, la formazione è sentita come un onere. Il problema è: serve saper fare o serve altro?

(a cura di Tiziana Faitini)

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